Resilienza e ripartenza. La strada della Lombardia verso la ripresa post-Covid

Mi chiedo spesso: quando comincerà la ripresa? Le misure adottate per il contrasto alla diffusione della pandemia, come noto, hanno prodotto ingenti danni all’economia di quasi tutti i Paesi del mondo e la prospettiva, non è purtroppo positiva . Gli indici come occupazione, export, reddito delle famiglie sono negativi, come il Pil che fluttua intorno alle due cifre negative. E questo fenomeno naturalmente fa ancora più rabbia considerando lo sforzo dell’intero sistema nazionale per recuperare le posizioni ante crisi del 2007.

La stessa Banca d’Italia però ha certificato che il rimbalzo estivo è stato superiore rispetto alle aspettative, aprendo alla speranza che all’indomani del superamento della pandemia ci siano concrete chances per le imprese di recuperare il terreno perduto in un tempo più o meno lungo a seconda del settore. Naturalmente per le aziende che non si saranno arrese.
La “resistenza” è stata accompagnata i con misure fondamentalmente impostate sulla facilitazione dell’accesso al credito bancario (spesso in aggiunta alle garanzie fornite dallo Stato) con una quota di fondo perduto: un’iniezione di liquidità nelle imprese micro, piccole e medie . Lavorare ora sul rilancio non vuol dire certo perseguire il ripristino delle condizioni ante Covid ma cogliere l’occasione di orientare lo sviluppo sulla sostenibilità e sfruttare l’addizionalità fra Next generation Eu e programmazione dei Fondi strutturali 2021/2027.

Se in Europa ha ormai preso piede lo European Innovation Council, è evidente che è l’innovazione il driver “traversale” della nostra ripresa e abbiamo bisogno di tracciare un piano organico che la preveda come fil rouge dell’azione regionale: investimenti pubblici e infrastrutture (stimolo keynesiano a una creazione e redistribuzione rapida di ricchezza), aiuti alla creazione di nuove imprese agli investimenti con particolare attenzione alla ricerca e allo sviluppo (che negli anni passati sono stati un fattore chiave di attrazione dal resto d’Italia e dall’estero), dalla formazione (intero sistema dalla scuola all’università passando per gli ITS e la formazione professionale) e dalla ricerca agli acquisti pubblici e dalle modalità di lavoro delle pubbliche amministrazioni alle forme innovative e flessibili di partnership pubblico-privato per la realizzazione di progetti integrati.

In linea con le sei missioni del Programma nazionale di resilienza e ripresa (PNRR), dobbiamo concentrare il metodo su alcuni obiettivi fondamentali: la trasformazione digitale, la rivoluzione verde, la sostenibilità sociale.

La capacità di attrazione di un territorio come la Lombardia si costruisce su procedure semplificate, certezza delle regole e livelli delle competenze (sistema della ricerca e della formazione), fattori richiamati dall’indice di competitività globale del World Economic Forum. Occorre rafforzare il sistema infrastrutturale (sanitario, dei trasporti e digitale).
Bisogna rafforzare le forme di cooperazione su scala territoriale (distretti) nella forma ecosistemica (ogni attore deve svolgere la propria funzione e fornire il proprio servizio nell’ambito della realtà territoriale), assecondando e accompagnando strategie di specializzazione intelligente.

Fissate queste prospettive comuni e questi presupposti occorre selezionare i settori sui quali agire.

Per far questo, dopo il ridimensionamento del sogno “globale” imposto dal Covid, la Lombardia torna alla sua terra e al suo territorio per trovare le tracce di un’interazione fra azione pubblica e sviluppo privato, fra caratteristiche e risorse naturali, saperi rigogliosi e talenti che hanno le carte in regola per affrontare la sfida del mercato per competere non sulla riduzione dei prezzi ma sulla qualità e la creatività culturale, tecnica e industriale.

Agroindustria, industria e servizi devono ritrovare un nuovo equilibrio ispirandosi ai principi e alle opportunità della blue economy e dell’economia circolare:
– l’agroalimentare, dove alla ricchezza immanente delle nostre terre dobbiamo affiancare in modo sempre più sinergico le tecnologie di “precision agricolture” e di industria 4.0 nelle produzioni tipiche;
– l’aerospazio, in relazione al quale già contiamo su un discreto posizionamento industriale fra grandi, medie e piccole imprese coinvolte con il pregio di ricerca universitaria dedicata. C’è però la grande incognita della capacità dei maggiori player dell’aeronautica mondiale di resistere alla drastica riduzione di mercato che si stima per i prossimi anni;
– l’automotive, settore nel quale contiamo su solidità ed eccellenza produttiva ma che è al centro di una rivoluzione non certo di livello regionale ma neppure nazionale nel quale urgerebbe riposizionarsi;
– il turismo, anche destagionalizzato, che peraltro è fra i settori più colpiti dalla crisi in atto e tuttavia mantiene caratteristiche autoctone di grande rilievo;
– l’healthcare, segmento nel quale è cresciuta negli ultimi anni una competenza sia a livello farmaceutico, nutraceutico che di elettromedicali e sanità digitale .

Per alcuni di questi settori già in passato la regione ha puntato sui vantaggi di filiera. Sono stati interpretati sia come aggregazione fra imprese che scontano ancora dimensioni non adeguate agli investimenti necessari per il salto di competitività, sia come coordinamento fra soggetti pubblici e privati, incluse le università e i centri di ricerca, che insistono su un tema.

Negli ultimi decenni le filiere produttive si sono articolate frantumandosi in fasi e ridistribuendosi su territori spesso non appartenenti allo stesso Paese. La frammentazione e ridistribuzione delle fasi, spesso appartenenti a differenti imprese, sono state possibili grazie allo straordinario sviluppo di due capacità (tecnologica e organizzativa) di integrazione: quella della digitalizzazione e quella dei trasporti. Ciò ha contribuito alla globalizzazione di prima generazione. Tali forme di integrazione manifestano però alcuni limiti, in particolare riconducibili alla crescente vulnerabilità di filiere che richiedono elevati livelli di coordinamento e all’accresciuta indipendenza delle fasi dai territori dove si sviluppano le attività produttive. Il fenomeno è emerso in modo particolarmente evidente durante il lockdown e in generale a seguito della limitazione di mobilità imposta dal Covid . Quest’ultimo aspetto si riflette sia nelle problematiche ambientali, sia in quelle occupazionali. È necessario un cambiamento di tali modelli produttivi nel più ampio quadro di ripensamento del modello di sviluppo .

In questi giorni bisogna tradurre queste basi metodologiche e questi contenuti in un programma integrato da presentare al governo per concretizzare le linee guida del PNRR attraverso progettualità ambiziose ma al tempo stesso realizzabili. I progetti devono puntare a :

• strategie condivise per il supporto ai grandi investimenti di filiera (con il coinvolgimento non solo del ministero dello Sviluppo economico ma anche di Cassa Depositi e Prestiti, Sace, MCC e altri soggetti chiave per lo sviluppo);
• di rilancio dei minibond regionali con la garanzia regionale sull’emissione di bond per il sostegno agli investimenti di filiere produttive;
• riposizionamento delle micro, piccole e medie imprese ma anche di empowerment delle pubbliche amministrazioni regionali e locali per una formazione spinta e “on the job” e per la trasformazione digitale dei sistemi pubblici di supporto;
• equity per le start-up green e innovative.

Laegione italiana ad ospitare più start-up in assoluto è la Lombardia, con la provincia di Milano a rappresentare il 19,6% della popolazione

Tale risultato, si badi bene, non può considerarsi slegato dalle politiche regionali di supporto alla nascita di impresa: sono stati attivati 2 bandi negli ultimi 3 anni(Intraprendo, Archè) che assicurano un’ ampia gamma di aiuti alle start-up con un mix di strumenti finanziari, di accompagnamento e di incubazione. Bisogna rifinanziare i bandi per le startup e lavorare su strumenti di equity in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti.

.Il ruolo precipuo del settore pubblico in questo frangente, così drammatico e allo stesso tempo carico di opportunità, non è certamente quello di sostituirsi al privato in settori nei quali non vi è un fallimento di mercato. Ma tutt’al più la necessità a breve termine di rafforzare la liquidità e nel medio lungo periodo di sostenere gli investimenti con un chiaro orientamento alla sostenibilità ecologica, sociale e digitale. Sono compiti dell’amministrazione pubblica, invece, da un lato, assicurare la giusta solidità professionale e organizzativa per realizzare gli investimenti attraverso una scrittura chiara delle regole, dei piani e delle procedure (anche flessibili ed innovative) di selezione pubblica dei contraenti e, dall’altro, la semplificazione delle procedure di accesso agli aiuti.

L’idea è quella di bandi che puntino all’efficacia e alla rapidità amministrativa come valore aggiunto rispetto ai risultati già soddisfacenti della programmazione in corso: un’unica piattaforma per interfacciarci con le imprese, la presentazione di progetti, documenti e business plan una sola volta e poi un back office articolato ed efficiente che “pesca” dai bandi e dai fondi più adatti per ogni esigenza di futuro.

La ripresa è già cominciata.

Cesare Musotto EPC Progetti Europei

Direttore di Epc , sono laureato in Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma e mi sono sempre occupato di sviluppo locale, gestendo progetti complessi dall’ideazione alla rendicontazione. Con tanti anni di esperienza ho maturato la capacità di individuare gli strumenti idonei che l’impresa può utlizzare per i suoi programmi di sviluppo, anche in fase di start up innovative.

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